LA RICERCA
Il cuore magico del Sass de Böl
Nuovi studi sulla Stonehenge prealpina che si trova sul Piambello: scoperte nuove leggende

Rituali apocotropaici, sesso e altri misteri: è quanto emerso da un nuovo studio sul Sass de Böl, il “Masso della sorgente”, vale a dire la Stonehenge prealpina: un cerchio di pietre che si trova sul comprensorio del Monte Piambello, fra Marzio e Cuasso al Monte.
L’area in questione da più di tre anni è diventata un luogo di ricerca, costituendo un vero e proprio sito megalitico, che comprende un monolite centrale cinto da un’ellisse di pietre, il Sass de Böl, appunto: dove un masso-altare, assai voluminoso e incastonato in profondità nel terreno, costituisce opera della natura formatasi in seguito a un’antica esplosione vulcanica, mentre i blocchi che lo cingono strettamente sono opera dell’uomo.
Le novità trapelano da una ricerca svolta da Marco Corrias, storico dell’arte con interesse verso l’archeologia che, caso vuole, si è imbattuto casualmente in questo cerchio di pietre, che gli ha suscitato la curiosità e quindi un approfondimento. Oltre ad alcuni approfondimenti ancora in corso, svolti da Adriano Gaspani dell’osservatorio astronomico di Brera, il risultato delle ricerche ha portato all’emersione di una serie di leggende che nel tempo erano andate dimenticate, tranne nella memoria degli anziani della zona.
«La presenza in loco di sorgenti e torrenti – dice Corrias - dovette rivestire un ruolo simbolico di delimitazione tra il mondo dei vivi e dei morti. Tanto che qui si è creato uno spazio sacralmente accessibile a pochi: allo sciamano d’età protostorica e, in seguito, al “gutuater” celtico creando, successivamente, la monumentalizzazione del santuario a cielo aperto».
Inoltre, gli studi «hanno svelato tradizioni orali dimenticate, che vedono nelle donne le protagoniste assolute: se ancora oggi i cittadini di Cuasso al Monte, intervistati, tra dubbi e malizia accennano a vecchie memorie legate a storie di sesso consumate sul masso», fra cui, come raccontano alcuni cuassesi, rapporti sessuali di iniziazione delle vergini, «le ricerche sul folklore locale svelano il ricordo lontano di un grande masso erratico detto “Sàss di Tusàn”: il sasso delle fanciulle.
Certe notti dell’anno, i viaggiatori avrebbero giurato di scorgervi una luce bluastra, come se qualcuno vi avesse acceso sopra un fuoco».
Con esso, aggiunge lo storico, c’era una “visione ricorrente, quella di tre ombre: sagome femminili raccolte in preghiera davanti alla pietra, pressoché irraggiungibili dai pastori.
L’incontro simbolico rimanderebbe alle tre madri, divinità celtiche legate al culto matriarcale che presiedevano al destino degli uomini: con il loro tramite avrebbe avuto origine il nome latino di “Fatae”.
Inoltre, fino al XIX Secolo sopravvisse una vecchia ricorrenza locale: il tradizionale “Canto del Maggio”, che “si svolgeva ogni anno – conclude Corrias - per festeggiare l’arrivo della bella stagione, con chiaro richiamo a canti solstiziali a cui inizialmente partecipavano esclusivamente fanciulle. In cambio di canti augurali, gli abitanti del luogo, di ritorno dal santuario di Caravaggio, giunsero perfino a offrire uova e salumi come ringraziamento a Maria: insomma, cerimonie e riti che tornano in vita nei secoli”.
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